Navi Tossiche – L’inchiesta di Greenpeace

mar, giu 29, 2010

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The Toxic Ships‘, l’inchiesta presentata da Greenpeace nel giugno di quest’anno, cerca di ricostruire gli elementi che hanno caratterizzato – e tuttora caratterizzano – le esportazioni di rifiuti dall’Italia e dall’Europa verso i paesi in via di sviluppo, in particolare quelli dell’area mediterranea.
In questa indagine l’associazione ha ricostruito l’evoluzione del traffico di rifiuti, in particolare quelli pericolosi come scorie tossiche e radioattive, illegalmente smaltiti in Africa negli ultimi 15 anni, che da attività individuale è cresciuto fino a diventare una vera e propria organizzazione.

Sebbene nomi di persone ed imprese  siano stati più volte segnalati alle forze dell’ordine e ai magistrati, talvolta grazie agli interventi non solo di Greenpeace ma anche dell’Unep e altre organizzazioni, molti dei soggetti coinvolti l’hanno fatta franca, cosa che fa pensare che la rete operi ancora più o meno indisturbata e supportata dagli enormi capitali che le ruotano attorno.
Il rapporto parte dall’epoca delle prime ‘navi dei veleni‘ come la Lynx, la Radhost, la Jolly Rosso, la Rigel, etc. alla fine degli anni ’80 e passa poi ad analizzare le vicende di soggetti imprenditoriali come la ODM (Ocean Disosal Management), la Instrumag AG, la International Waste Group SA e la Technological Research and Development Ltd di base in Svizzera, Lichtenstein e Inghilterra ma con sedi in paradisi fiscali come le British Virgin Islands e Panama.

Il traffico dei rifiuti parte dai paesi esportatori, l’Italia ma anche altri in Europa e, passando attraverso snodi più o meno noti tra cui la Romania, termina in aree caratterizzate dalla carenza di infrastrutture e di politiche di controllo e gestione dei rifiuti, come il Libano, la Somalia, la Costa d’Avorio e tanti altri.

Nell’indagine Greenpeace analizza anche il caso della nave Cunsky, recentemente al centro dell’opinione pubblica grazie al suo ritrovamento al largo di Cetraro, in Calabria, a seguito delle indicazioni fornite agli investigatori da un ‘pentito‘. Dopo le indagini svolte dalla ‘Mare Oceano’, nave del gruppo armatoriale Attanasio – uno dei cui esponenti è stato coinvolto nel famoso ‘Caso Mils’ – si è giunti alla conclusione, quanto mai poco convincente, che non si trattasse della famigerata nave dei veleni, ma bensì del Piroscafo ‘Città di Catania’ costruito quasi mezzo secolo prima e affondato durante la Prima Guerra Mondiale.
- Che sollievo! C’eravamo tutti un po’ spaventati, scorie radioattive nei nostri mari, nei nostri pesci.-
Altra cosa interessante di questa vicenda è che il Governo Italiano avrebbe respinto l’offerta di mezzi e personale tecnico altamente qualificati da parte del Ministero della Difesa britannico. A costi, pare, addirittura più contenuti.

L’inchiesta di Greenpeace fornisce inoltre testimonianze e fotografie inedite che offrono ulteriori conferme sul traffico di rifiuti verso la Somalia. Le immagini mostrano come, durante la costruzione da parte di imprenditori italiani del porto di Eel Ma’aan, 30 Km a nord di Mogadiscio, siano stati interrati numerosi container dal contenuto quanto meno sospetto, come riportato in una nota della polizia giudiziaria del maggio 1999 in cui si parla di fanghi, vernici, terreno contaminato da acciaierie e cenere di filtri elettrici.

Il problema del traffico di rifiuti non è ovviamente soltanto Italiano, come dimostra il caso della nave ‘Probo Koala’ che, per conto dell’Inglese Trafigura, nell’agosto 2006 ha abbandonato il suo carico ad Abidjan uccidendo 7 persone e contaminandone gravemente almeno 30.000, ma è fondamentale che gli organismi internazionali e nazionali lavorino insieme per fermare queste attività e bonificare le aree, terrestri e marine, che sono state gravemente compromesse.

Leggi il riassunto dell’inchiesta (In Italiano)
Leggi tutta l’inchiesta (In Inglese)

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